SA MAJARZA - Guardiani Italiani

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E' notte quando la giovane Srivia Pintus raggiunge, camminando faticosamente a piedi, Monte Sirai, il sito archeologico nei pressi di Carbonia, nella provincia del Sud Sardegna. La faticosa camminata in posizione eretta, a cui non è molto abituata, le ha messo fame... ma non è tempo di mangiare, ha una missione da svolgere. Dopo essersi guardata intorno, per assicurarsi che non ci siano più visitatori, la ragazza si fa scivolare di dosso il "su saccu", il pesante mantello da viaggio dotato di cappuccio, tipico dei pastori sardi. Libera dall'ingombrante indumento di lana, la giovane rimane vestita solo del tradizionale costume delle assassine Sa Koga e dopo essersi accasciata a terra, assume la posizione che le è più congeniale per deambulare. Dopo anni di fasciature forzate, per modificarle le articolazioni, per Srivia è infatti più naturale e veloce muoversi utilizzando tutti gli arti, imitando l'andatura della malmignatta, o vedova nera mediterranea, un aracnide appartenente al genere dei ragni velenosi potenzialmente letali, detti comunemente "vedove nere". In Sardegna, la malmignatta viene chiamata arza o argia, il "ragno del demonio", ed è l'animale con cui si identifica una Bruja Argia, ovvero una strega assassina che, come lei, appartiene al clan Sa Koga.
Il nome "Argia" identifica anche la mutazione genetica indotta alle bambine destinate a diventare assassine. Fin da piccola, infatti, a una Bruja Argia, tramite la pratica del mitridatismo, vengono somministrate dosi di veleno della vedova nera mediterranea che, insieme a altri veleni, crea una mutazione simile all'aposematismo di alcuni animali tossici. La sicaria sviluppa così un colorito della pelle simile al ragno e la capacità di espellere tossine e veleno al solo contatto di questa. Per Srivia, quelle pratiche erano la norma e appartenevano all'eredità atavica della sua famiglia. Come era tradizione, infatti, lei e le altre bambine allevate per diventare streghe del clan, erano state seguite fin dalla tenera età da 21 genitrici vedove. Quello era il destino delle assassine Sa Koga. Dopo essere rimasta gravide, o pregne, come nel caso amavano definirsi per un accostamento al mondo animale, una Sa Koga uccideva l'uomo che aveva ambito a giacere con lei per divenire così una "Vedova Nera". Da quell'unione, poi, se fosse nata una bambina sarebbe divenuta figlia condivisa, mentre se fosse nato un bambino sarebbe stato dato alle fiamme in onore del "Dio Cornuto", la divinità con cui il clan Sa Koga era legato a doppio filo. Solo un numero limitato di maschi erano accettati dalla comunità delle donne, per divenire prima contadini e pastori e poi, una volta adulti, garantire il seme di una generazione successiva di streghe. A lei non era stato ancora concesso di divenire una Vedova Nera, ma presto, raggiunti i 21 anni di età, si sarebbe sposata nel rito del "Su Ballu" scoprendo il sublime piacere di quell'unione di morte e vita con qualche uomo del suo villaggio... non che già non conoscesse i piaceri del sesso, ma tra le vedove si narra sempre che uccidere il proprio amante per poi cibarsene freneticamente all'apice del piacere dato dall'unione del Su Ballu, è qualcosa di sublime. Se fosse stata fortunata, poi, non rimanendo incinta già al primo Su Ballu, si sarebbe risposata, magari ripetendo l'esperienza più volte.
Non tutte le bambine, però, sopravvivono ai riti per diventare assassine Sa Koga. I veleni somministrati in piccole dosi, infatti, qualche volta si dimostrano fatali e capita quindi che durante i riti di incenerimento degli infanti maschi, venga sacrificata anche qualche bambina. La pratica del mitridatismo, oltre alla somministrazione dei veleni dei ragni, si completava anche dell'utilizzo di altri insetti, tra cui la "Musca Macedda", un grosso insetto dotato di poteri magici, delle dimensioni di un tafano. La mosca viene così inserita sottopelle o in altri orifizi del corpo, per far si che vi depositi le larve che garantiscono di acquisire nuovi poteri, oltre alla capacità, data dal veleno dei ragni, di espellere tossine. Srivia, oltre ai poteri legati alle tossine che può espellere attorno a sé a comando, aveva avuto difatti la fortuna di sviluppare anche un altro potere legato proprio alla Musca Macedda, ovvero la capacità di vomitare un enzima corrosivo per liquefare le vittime e poi cibarsene risucchiandone le carni disciolte... una vera e propria digestione pre-pasto, che nelle leggende sarde aveva accomunato la figura delle Sa Koga a quella dei vampiri. L'utilizzo degli insetti e, in particolare, della vedova nera mediterranea, ha però anche un ulteriore scopo. Alle bambine, fin da piccolissime, vengono praticate fasciature per alterare le loro articolazioni e deformare le ossa, così da sviluppare, anche attraverso lo studio del movimento, il tipico procedere delle assassine Sa Koga, capaci di muoversi velocemente sul terreno con l'agilità di un ragno.
Oltre a ciò, la Bruja viene anche istruita alla magia nera sarda. La "danza dell’argia", che gli antropologi pensano essere un rituale di esorcismo, è, in verità, un rito che prevede un susseguirsi di litanie che permettono, anche grazie ai veleni iniettati, di accedere a stati controllati di possessione demoniaca. Sotto l'influsso della possessione acquisita, una Bruja Argia è quindi capace di utilizzare, oltre alle alterate doti fisiche, anche la magia nera sarda, che utilizza il Malifattus, un maleficio che recita versi di morte, oppure le mazinas, un attacco demoniaco lanciato attraverso la "pipia de tzapulu", “la bambina di stracci”, un fantoccio rappresentante la persona sulla quale operare il maleficio mediante trafitture di spilli o amputazioni di arti.
Dopo essersi infilata un antico elmo del popolo degli Shardana, implementato di 4 speciali lenti rosse per vedere al buio e da più angolazioni grazie alla tecnologia egizia acquisita millenni prima in Egitto, Srivia inizia a muoversi velocemente raso terra nella notte, alternando freneticamente gli arti superiori a quelli inferiori. Aggirato il perimetro del sito del Monte Sirai, la ragazza raggiunge velocemente il tofet, il santuario riservato alle morti infantili, situato in prossimità della necropoli, ai margini dell'antico abitato. In quel luogo di culto, pregno del sangue di giovanissime vittime sacrificali, le sacerdotesse, antenate delle streghe del clan Sa Koga, avevano  sacrificato a Moloch, il Dio Cornuto, i figli maschi nati in eccesso o le figlie che non sopravvivevano alla pratica della somministrazione dei veleni. Il nome di Moloch, nel tempo, iniziò a definire il rituale fenicio che, man mano, fu rivolto alla venerazione del dio Ba'al Hammon. Oggi, proprio come allora, a quell'essere divino, che ora si identifica definitivamente con il nome di S’Erkitu, la macabra figura dell’Uomo-Toro delle leggende della Sardegna, a cui anche Srivia ha giurato devozione, le Brujas sacrificano gli infanti arsi vivi nel rito del “passaggio per il fuoco”.
Da poco la ragazza aveva completato il suo addestramento assumendo l'appellativo di "Sa Majarza", il nome con cui si identifica la Bruja Argia che, di volta in volta, ha l'onore di andare a vivere nel tempio in cui risiede S’Erkitu, così da servirlo per un periodo di tempo o per sostituire la precedente, qualora avesse perso la vita nello svolgimento dei compiti ordinati dal Dio Cornuto.
Proprio S’Erkitu le aveva chiesto di recarsi in quel luogo per incontrare un adepto de "La Cupola", una setta satanica con base a Torino, che le deve consegnare un omaggio da parte di "Empire", una figura misteriosa a capo della rinata “Cupola".
Non è un caso se il luogo dell'appuntamento si trovi proprio nei pressi della stele del tofet di Monte Sirai. Quel sito, Srivia lo conosce bene e se l'incontro dovesse rivelarsi una trappola da parte di qualche ignoto nemico di S’Erkitu, saprebbe come fuggire e far perdere le proprie tracce. Esattamente in quel punto, infatti, le sue 21 tutrici, al raggiungimento della pubertà, la battezzarono come Bruja Argia di fronte alla statua di "Astarte", la Grande dea Madre, la divinità femminile del clan Sa Koga. Il luogo, che si caratterizza di un tempio con elementi egizi, era ispirato al tofet del vicino sito archeologico situato nel luogo dell'odierna isola sarda di Sant'Antioco, ove nell'antichità i Fenici importarono il culto della Grande dea Madre. Il clan Sa Koga era nato proprio intorno al culto importato su Sant'Antioco, ove sorgeva Sulki, una delle città più antiche del Mediterraneo occidentale. Nel tempo, poi, sull’isola si era aggiunto anche il culto del Dio Toro.
Pochi istanti dopo essere arrivata, la giovane viene raggiunta da un uomo incappucciato che si presenta come servitore di Empire, il "Distruttore dei Guardiani", che si rivolge a lei con voce roca:
«Questo teschio è ciò che rimane del faraone Phaethon, ma il mio Signore, Empire, ritiene che per il tuo padrone S’Erkitu possa avere un gran valore.»
L'uomo, senza aggiungere altre parole, porge subito il teschio alla ragazza, ma le tocca accidentalmente la mano prima che questa possa avvertirlo di stare attento... qualche secondo dopo, il poveretto stramazza al suolo, avvelenato.
La situazione è incresciosa… chissà come l'avrebbe presa il fantomatico "Empire" nel venire a sapere che il suo adepto era morto. Srivia decide di fare buon viso a cattivo gioco e, senza pensarci ulteriormente, dopo essersi sfilata l'elmo con tanto di maschera che le copre il volto, vomita sul malcapitato che quasi subito inizia a decomporsi così da poter essere risucchiato e ingerito velocemente. Fatto sparire il corpo, saziando anche la propria fame, decide comunque di non riferire l'accaduto al suo padrone S’Erkitu.

La mattina seguente, la ragazza raggiunge l'interno del lugubre tempio scavato in uno sperone roccioso, dalla forma di una testa antropomorfa, dove la creatura mutaforma millenaria S’Erkitu la sta già aspettando impaziente. Srivia gli consegna subito il teschio. Era stato proprio il suo clan a riferire a  S’Erkitu che il misterioso Empire, a capo della Cupola che aveva già avuto contatti con le Sa Koga, ora si proponeva di concedere alla creatura un omaggio molto prezioso... e, a quanto sembra dal modo in cui S’Erkitu lo rimirava tenendolo tra le mani, deve sì essere molto importante.

Dopo qualche minuto di silenzio, finalmente la creatura parla:
«Questo teschio è ciò che rimane del faraone Phaethon, il mio protetto. Finalmente posso riportarlo di nuovo in vita grazie a un rito da svolgere nel tempio del santuario nuragico di Santa Cristina... ma per farlo, abbiamo bisogno di rintracciare un antico manufatto chiamato "Stella degli Dei", che deve per forza essere ancora su quest'isola e molto probabilmente è in mano ai discendenti del clan degli Iliensi. Sei pronta a trovarla per me, Sa Majarza?»
Il cuore di Srivia inizia a battere più velocemente. Il clan degli Iliensi, nemico del Dio Cornuto, veniva protetto dalle Femine Accabadore, le guerriere chiamate anche "sacerdotesse della Morte". La stessa esistenza delle streghe del clan Sa Koga era in un certo senso rivolto alla distruzione sistematica delle Accabadore, loro nemiche giurate. Le sue tutrici le avevano spesso parlato di loro, definendole puttane che avevano travisato gli insegnamenti della Grande dea Madre... e per questo devono sistematicamente essere abbattute! Le  Accabadore, per non essere individuate e uccise, si nascondono all'interno delle strutture sepolcrali chiamate domus de janas, tramandando gli insegnamenti da madre in figlia. Come ultimo insegnamento, una "figlia del sangue", come sono solite definirsi, ha il compito di uccidere la madre, così da celare il più possibile la propria presenza sul territorio, evitando di essere scoperte. Grazie a questo stratagemma, le Femine Accabadore hanno attraversato i secoli scontrandosi più volte con le streghe del Clan Sa Koga, riuscendo a sopravvivere. Ora, per la giovane, si presenta l'occasione di divorare una Femina e nel farlo avrebbe anche prestato diretto servizio sotto il comando di S’Erkitu! L'impeto che prova le fa ribollire il sangue provocandole la fuoriuscita di una scarica di tossine letali dai pori della pelle scura, ma per fortuna, S’Erkitu è immune al veleno delle Sa Koga.
Srivia risponde alla divinità a cui ha giurato fedeltà:
«Con molto piacere, mio signore, consideralo già fatto!»
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